Cos’è l’omofobia?

192609386-95f79063-237f-4521-a415-68aa6ac7431dCos’è l’omofobia?

E’ un’insieme di atteggiamenti, una costruzione culturale, un’esperienza, un’interiorizzazione. Il termine è stato coniato da George Weinberg , ma c’è chi ha proposto di definirla omonegatività per depatologizzarla o distinguerla da una problematica clinica, distinguendo così un atteggiamento da qualcosa che essendo patologico rischia di eludere sottilmente la responsabilità personale. A mio avviso non è sterile semantica, ma è qualcosa che permette di porre l’enfasi sulla dimensione di costruzione e di scelta d’azione e quindi sulla responsabilità individuale e sulla possibilità di cambiamento. In questo senso in oltre le azioni dirette al contrasto dell’omofobia sono atti di empowerment culturale di tutta la collettività della quale partecipiamo.

Come è dannosa l’omofobia?

L’omofobia non è dannosa solo in quanto atteggiamento manifesto o come comportamento agito. L’omofobia è dannosa innanzitutto in quanto posizione interiore, più o meno consapevole, di non accoglienza di una disposizione umana erotica e relazionale che è innata. Spesso quindi il confronto con atteggiamenti omonegativi entra in gioco fin dall’infanzia, nell’interazione tra bambino e adulto, e può essere interiorizzata molto precocemente, prima ancora che nella mente del genitore prenda forma l’idea di un’etichetta, prima ancora che nel bambino (o nella bambina) avvenga il riconoscimento di sé come lesbica, omosessuale, transessuale. Diventa un apprendimento automatico a non far vedere, a non dire e a non mostrare, accompagnato dalla mancanza del senso di validazione del proprio Sé più autentico. Quello che ci salva è l’inarrestabilità della spinta interiore e, in condizioni sufficientemente buone, l’irriducibilità della nostra identità.

Se poi continuano le esperienze negative anche fuori dalle relazioni primarie, si rinforza la percezione dello stigma accompagnata all’essere ridotti a uno stereotipo, a un minimo denominatore che lascia da parte l’affettività e l’unicità di ciascuno di noi e condanna di ciò che esce dalla norma e l’essere irrimediabilmente inclusi in un “loro” che può arrivare a toglierci ogni possibilità di inclusione e contrastare l’affermazione della propria identità, sessualità, relazionalità. Qui diventano importanti le relazioni che riescono ad andare oltre, per un motivo o per l’altro. In un campione di adolescenti si è visto che minori livelli di omonegatività interiorizzata sono legati ad avere amicizie trasversali all’orientamento sessuale, mentre negli stati con legislazioni più omofobe aumentano significativamente comportamenti a rischio di trasmissione di HIV a discapito della possibilità di vivere relazioni stabili e soddisfacenti (Ross et al 2013). Avere relazioni all’interno della comunità lgbti è un fattore di protezione importante in quanto permette di recuperare un senso di appartenenza, di affermarsi positivamente e di avere accesso non solo ad una validazione di almeno parte della collettività ma anche a dei modelli di ruolo e di affettività a cui fare riferimento.

omofobia1-620x295Trauma e relazionalità

Ora sto pensando agli episodi di violenza vissuta, quelli che segnano e lasciano strascichi dolorosi e sanguinanti, ma anche a quegli episodi più discreti, quei fallimenti empatici che non hanno nulla di eclatante visti dall’esterno ma che lasciano segni ugualmente dolorosi e sanguinanti dentro.

Il concetto di trauma è nella sua essenza relazionale . Ad essere traumatico non è l’evento in sé ma il contesto relazionale in cui avviene. Ciò che può rende un contesto traumatico o meno è la capacità di sintonizzarsi con ciò che stiamo vivendo, di aiutarci a regolare emozioni e stati affettivi in risposta ad un dato evento, di promuovere l’attribuzione di senso all’esperienza che viviamo.

Va da sé che un contesto omonegativo ha una doppia traumaticità, da un lato si viene esposti ad esperienze di discriminazione, bullismo o aggressioni vere e proprie, dall’altro possiamo non avere accesso neanche in seconda battuta ad un sistema familiare o di amicizie in grado di fornirci se non una protezione in prima battuta almeno supporto e aiuto nel far fronte a come ci sentiamo, ad accoglierci e a farci sentire creduti, al sicuro.

Chi è l’omofobo?

L’idea dell’omosessualità repressa come fonte di atteggiamenti omofobi è stata messa in discussione. Al contrario uno studio italiano già passato agli onori della cronaca rileva come l’omofobia sia correlata ad attaccamento insicuro, meccanismi di difesa immaturi, psicoticismo (ritito), mentre meccanismi di difesa evoluti, attaccamento sicuro e sintomi depressivi (che conducono verso l’altro) sono predittivi di bassi livelli di omofobia (Ciocca et al. 2015).

Per vicissitudini personali e conseguente disposizione e condizionamenti culturali, la persona violenta è in qualche modo incapace di stare in una dimensione di complessità. Se questo è vero nella violenza di coppia lo è anche in quella verso le persone LGBTI. Si tratta di una riduzione del ruolo all’orientamento, al genere, al sesso, al biologico, che in ultima analisi depriva la relazionalità, la sessualità e la vita di donne e uomini proprio della componente umana.

Atteggiamenti omofobi possono essere in effetti risultanti sia dall’interiorizzazione di pregiudizi sociali e da vicissiutidini precoci, ma anche dall’odio per quello che è femminile. C’è un intreccio sottile tra atteggiamenti omonegativi, odio per la non conformità alle norme di genere. L’odio per gli omosessuali sembra secondario alla paura e all’odio per ciò che è percepito come femminile non solo negli altri uomini ma in sè stessi, e secondariamente verso l’omosessuale in sé.

Tanto più in gruppi in cui gli uomini sono scelti in base all’essere maschili o in quelli in cui l’essere uomo è rilevante in termini di immagine pubblica (o il non essere donna) (Isay 1996, Lingiardi et al. 2005).

L’atteggiamento omofobico che lega omosessualità ed aids a doppio filo, da un lato è stato un tentativo collettivo di trovare un capro espiatorio, dall’altro una colpevolizzazione delle vittime come in ogni epidemia che ha conosciuto la razza umana.

“ritengo che nella nostra società ci sia un costante disgusto originario nei confronti delle donne; l’evidenza culturale suggerisce che è nelle società in cui la femminilità è vista come una fonte di “inquinamento” che i tratti femminili del carattere degli uomini sono più temuti. Questi tratti negativi, come l’invidia, la gelosia il pettegolezzo e la seduttività sono tutti associati alle donne.

L’ironia che porta con sé il dramma dell’AIDS è che l’amore il calore la premure il nutrimento e le cure reciproche, che sono tutte caratteristiche associate alle donne, hanno permesso ai gay di prolungare e salvare delle vite. L’AIDS [negli anni 80 e 90] ha organizzato i gay e mobilitato una comunità a diventare agente effettivo di cambiamento sociale.” (Isay, 1996)

Effetto Pigmalione

Esperienze vissute, distorsioni, atteggiamenti inconsci, possono determinare una costruzione per la quale si determina un’oscura profezia autoavverante. L’attesa negativa porta a non ricercare aiuto, mantenendo e sostenendo la convinzione che non lo si riceverà, in modo tale che si rinforzano i sensi di rassegnazione, impotenza, disperazione. Questo a sua volta conduce verso una vittimizzazione secondaria e all’abbandono di strategie di fronteggiamento (coping attivo) verso le discriminazioni in favore di strategie di evitamento o di adeguamento modificando le proprie convinzioni o i propri sentimenti.

Da un lato queste aspettative negative sono almeno in parte fondate, da un lato sulla base di un pregiudizio esistente nelle istituzioni e nel medium socioculturale e legislativo, dall’altro su una costruzione dei servizi d’aiuto pensata in un ottica spesso (incosciamente) eteronormativa che rende difficile pensare di trovare ascolto o aiuto in un consultorio che ha della famiglia tradizionale, ad esempio, la bandiera o usa immagine esclusivamente eterosessuali nel linguaggio o nel materiale di propaganda. E’ un circolo vizioso che si contrasta proprio tramite iniziative come la nostra e altre esistenti in Italia, ma anche con un lavoro di formazione sui servizi stessi.

Stefano Burattini

Psicologo, Psicoterapeuta Psicodinamico,

Coordinatore Territoriale CAA Centro – Sud Est

Bibliografia

Ciocca G, Tuziak B, Limoncin E. et al. 2015 Psychoticism, Immature Defense Mechanisms and a

Fearful Attachment Style are Associated with a Higher Homophobic Attitude. J Sex Med 2015

Isay RA (1996) Essere omosessuali. Omosessualità maschile e sviluppo psichico. Raffaello Cortina Editore – Milano

Lingiardi V, Falanga S, D’augelli AR (2005) The Evaluation of Homophobia in an Italian Sample. Archives of Sexual Behavior, Vol. 34, No. 1, February 2005, pp. 81–93 ( C 2005) DOI: 10.1007/s10508-005-1002-z

Ross MW, Berg RC,Schmidt AJ, et al. (2013) Internalised homonegativity predicts HIV-associated risk behavior in European men who have sex with men in a 38-country cross-sectional study: some public health implications of homophobia. BMJ Open 2013;3:e001928. doi:10.1136/bmjopen-2012-

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